“Sempre, nei momenti più difficili, divento creativa al massimo.”

Ho raccolto questa intervista il 24 settembre ma solo oggi dopo oltre un mese sono pronta a raccontarvi il pomeriggio trascorso insieme a lei.

In questo mese, in cui ho lavorato moltissimo, ho rimandato più volte il momento in cui scrivere del nostro incontro, in preda ad un indefinito timore di non essere in grado di restituirne l’atmosfera. Intanto la vita dipanava la sua trama. Il virus che aveva preso in ostaggio la primavera si è riaffacciato nelle nostre vite e le ha di nuovo congelate esprimendo tutto il suo potenziale infettivo.

Mentre mi dibatto tra emozioni contrastanti di felicità per quello che sto costruendo e di sconforto per il nuovo lock down, mi chiedo che cosa mi potrà aiutare a superare il lungo difficile periodo che sta per iniziare e in che cosa potrò essere utile.

La risposta è che le storie ispirano e danno forza: io posso raccontarle.

La storia di Alessandra è una trama complessa che alterna cadute, rinascite e grandi successi e può darci speranza, essere d’esempio o semplicemente riempire di avventura qualche serata novembrina.

Così ho aperto il pc e sono qui a scrivere con la speranza di essere in grado di trasmetterti le mie emozioni.

Sarai curioso ora di sapere che cosa mi ha colpito di questa donna: non intendo tenerti sulle spine, è certamente memorabile il suo essere sempre un po’ dispari rispetto al contesto e la sua capacità di trasformare in valore questa sua difformità.

Alessandra mi riceve nel suo laboratorio in una giornata appena un po’ grigia di fine settembre.

Il suo laboratorio è in una mansarda del quartiere Crocetta, uno fra i più eleganti ed esclusivi di Torino. All’ultimo piano di un palazzo borghese, la grotta creativa di Alessandra è un appartamento molto luminoso dove, in un’atmosfera ariosa, si distinguono a fatica le sue creazioni dagli oggetti di design e dalle sue fotografie.

Abituata al mio colorato disordine creativo e accumulatorio, mi stupisco di non sentire l’ordine di questo luogo come incombente, come spesso mi capita quando mi trovo in locali così organizzati.

Alessandra indossa un elegante abito scuro che esalta la luce del suo sorriso e l’acconciatura bionda e raccolta. Sembra la Vestale della dea Eleganza. Si muove in questo spazio, sembra quasi stia nuotando nella luce dorata. L’avevo già incontrata ma non ricordavo che fosse tanto bella ed eterea. Ha un’eleganza innata di fronte alla quale qualsiasi senso preordinato di estetica diventa superfluo. Minuta, una ragazza, non importa quanti anni abbia.

Caro lettore, ti sto sviando. Quello che manca in questa descrizione è la carica, l’incredibile energia che sprigiona.

Siedo sul divano, e sono consapevole che sarà difficilissimo fare questa intervista. Non sta ferma un attimo. Di fronte a me si alza e scivola verso le cassettiere, dalle quali estrae una delle sue raffinate creazioni. Descrive i pezzi, racconta come sono nati, cosa li ha ispirati, mostra i particolari.

Cosa mostra? Cosa sono queste sue creazioni? Mi sembra riduttivo dire che crea collane in vetro. I suoi gioielli sono ricercati, particolari ed esprimono un senso di sfida che destruttura il concetto tradizionale di collana, braccialetto o spilla.
Alcuni pezzi mi chiamano, li vorrei in un museo per ammirarli con la luce giusta. Alessandra mi gira intorno, appoggia le collane intorno al mio collo, sceglie i colori, chiede cosa ne penso. Sa che sono oggetti che sprigionano energia. Sembrano nati per illuminare l’energia di chi li indossa.

Questa, in cui Alessandra crea monili preziosi e un po’ magici, è solo una delle sue vite.

Ha declinato la sua creatività in molte altre attività. Senza timidezza, racconta; è una narrazione disorganizzata, si interrompe, apre un cassetto e inizia la descrizione di una spilla, spiega la tecnologia della lavorazione e ripete:

“Sempre, nei momenti più difficili, divento creativa al massimo.”

Inizia con queste parole e, mentre mi guarda dritta negli occhi, si alza, quasi pattina in questa mansarda luminosa e mostra “Rami”, la collana nata nell’isolamento forzato della primavera.

“Questa l’ho ideata durante il lock down”.

Tento di dare qualche regola alla sua narrazione. Desisto. Mi godo questo pomeriggio inaspettato. Lascio spazio a lei e lascio spazio a me, dimenticando la solita ansia di essere produttiva. Alessandra è produttiva, mostruosamente produttiva, senza l’affanno di cui spesso mi sento vittima.

Fisso una sola regola: dare un titolo a ogni periodo della sua vita.

La vita programmata

Alessandra è la seconda di tre figlie di un imprenditore.

E’ una bambina e poi una ragazza di quelle con “l’argento vivo addosso”, fa molto sport in un’epoca in cui le donne poco si dedicano all’attività fisica. È vivace anche intellettualmente e studia con profitto. Nonostante le possibilità economiche della famiglia non lo rendessero necessario, mentre frequenta l’università lavora nell’azienda del padre.

“Lavoravo da mio padre. Aveva un’azienda. Intanto studiavo. Mi sono laureata e questa era la vita programmata. Ero la prima segretaria: al mattino arrivavo in ufficio mezz’ora prima degli altri. Dopo l’ufficio iniziava il tempo dello studio. L’unico privilegio che mio padre mi concedeva, era che quando avevo gli esami, potevo chiudermi in casa per 15 giorni. Ma voleva i risultati e i risultati li ha sempre avuti.”

Si laurea e incontra l’amore e si sposa.

“Incontro il mio primo marito che aveva 30 anni più di me, un industriale di Torino. Ci sposiamo.”

Non si usava al tempo che la moglie di un imprenditore lavorasse.

Lo racconta ma nella sua voce c’è gratitudine “è stato intelligente, ha capito che io non sono una da cappio al collo, da tenere in casa a fare la signora, così abbiamo cominciato a viaggiare. Ma non potevo stare con le mani in mano a fare la signora e così inizia la mia seconda vita.”

Seconda vita: lo sport

“Mi ero sposata. Ero molto felice.”

Deve dimenticare un suo bisogno fondamentale, la necessità di costruire, creare attraverso l’attività manuale. Trova una soluzione. Ricomincia a fare sport-

“Così ricomincio a correre.”

Sembra un paradosso, ma sottolinea con orgoglio “sono ancora adesso l’unica donna al mondo che ha corso in tutto il mondo. Correvo dai 42 ai 250 chilometri. Quando cerco di fare una cosa la voglio fare bene.”

Spiega il segreto del suo riuscire in molte cose diverse.

 “Ci provo, sono fortunata, questo dipende dal DNA, ma ho un po’ di talento e sono caparbia. Io non ero portata per la corsa, non ho il fisico, e invece sono diventata una che corre. Non avevo quella velocità e così vincevo le gare di resistenza. Ho corso al Polo Nord e ho corso al Polo Sud, 60.000 gradini sulla muraglia cinese, in Sud America… Mio marito veniva con me. Le gare erano una scusa, un’occasione per viaggiare. Correvo a New York? Noi poi ci prendevamo quindici giorni per stare lì. Tra gare e viaggi mi sono tolta delle gran belle soddisfazioni.”

Era una sportiva sin da piccola, sua madre l’aveva spinta a fare judo perché “non stava mai ferma”. Speravano di calmarla con tanto sport.

Guardo il terrazzo del laboratorio, ci sono attrezzi e pesi, Alessandra continua ad allenarsi. Sorride e giustifica “Mi piace e devo scaricarmi.”

Sono stati anni di matrimonio felice, con un compagno che la sosteneva e la assecondava nell’espressione dei suoi talenti. Tutto bene fino a quando l’equilibrio si rompe.

Terza vita: l’isola

“Mio marito non è stato bene.”

Ancora negli occhi si legge il dispiacere per la fine di un matrimonio felice.

La malattia fa saltare le regole, Alessandra lascia intuire che il patto è stato violato. Per un attimo non sembra più al di sopra del suo tempo e della sua generazione.

Il matrimonio si chiude. Ha 42 anni. Si ritira a Courmayeur dove ha una casa. “Volevo star sola.” Si rifugia lì e si riprende.

“A quel punto ho iniziato a chiedermi che cosa fare. La laurea? Non serve a niente dopo venti anni di matrimonio.”

Cerca lavoro ma è difficile.

Si ricorda di un viaggio che aveva fatto con il marito in un’isola esclusiva delle Maldive. Nel corso di una conversazione, il direttore del resort le aveva detto “signora, quando vorrà, io l’assumerò come PR”.

Pensa a quella battuta per alcuni giorni, chiedendosi se si trattasse solo di una cortesia. Poi prova.

“Gli ho mandato una mail. Mi ha risposto quasi subito scrivendomi “domani lei va a Milano”. Il proprietario dell’isola era un italiano e il giorno dopo mi aspettava per un colloquio.”

Si prepara, non aveva mai fatto un vero colloquio di lavoro. Va a Milano.

“Mi sono messa un tailleur nero con i tacchi per il colloquio… pensa che idiozia… per andare in un’isola dove neppure si mettono le scarpe. Sono entrata in quell’ufficio. Mi ha guardata. Aveva l’età del mio ex marito e mi ha detto “lei è assunta”.

Il proprietario dell’isola era entusiasta, Alessandra parlava tre lingue e non aveva l’aria di una ragazzina, serviva una signora che sapesse trattare e gestire la privacy degli ospiti.

“Era un’isola particolare, con una morfologia particolare per le Maldive, non si camminava all’esterno, i percorsi erano all’interno, ogni bungalow aveva la spiaggia privata dove l’ospite, se lo desiderava, non vedeva nessuno per tutto il soggiorno. Ero il riferimento, spesso la sola persona che vedevano, presente e invisibile allo stesso tempo.”

Alessandra ha una nuova vita. Ma qualcosa non torna. Lavora 15 ore al giorno, la pagano 500 dollari al mese. Ha un nuovo tema da affrontare, la valorizzazione del suo lavoro.

“Piangevo su quel percorso interno. Avevo cambiato completamente le mie abitudini. Non è stato facile. In più il livello della clientela si abbassava, i clienti erano sempre meno raffinati, vivevo facendo slalom per evitare gli approcci.”

Sono tante ore di lavoro ma ad Alessandra sembra di non far niente. Si guarda attorno, natura incontaminata, pesci, mare e ormai tante coppie in viaggio di nozze. Sull’isola c’è un diving gestito da due tedeschi molto organizzati, suggerisce agli ospiti quell’esperienza e porta molti clienti. Le propongono di fare il commerciale per loro, Alessandra rifiuta ma chiede di fare il corso, prima il base poi l’advanced. Le piace, compra una macchina fotografica subacquea e offre un servizio fotografico sott’acqua alle coppie di sposini.

“Si fermavano una settimana, non sapevano fare sub, non desideravano fare il corso perché costoso. Invento una formula, gli istruttori del diving li accompagnano in acqua a bassa profondità, gli tengono le bombole in modo che non si vedano e io scatto le foto. In post lavorazione aggiungevo fondali di profondità con i vari tipi di pesci. Il giorno dopo avevano il CD con le loro foto. I clienti erano contenti, il diving era contento perché pagavano l’uscita e io contentissima! Avevo successo e mi divertivo come una pazza. Era un servizio completo, iniziavo a scattare durante la preparazione.”

Lascia il lavoro come PR e lavora a tempo pieno per il diving, ogni giorno in acqua per scattare le foto e molte ore al computer per la post-lavorazione delle immagini.

“Ero di nuovo felice. In più avevo anche incontrato quello che sarebbe diventato il mio secondo marito, uno dei due tedeschi proprietari del diving.”

Le luccicano gli occhi. Sul telefono mi mostra una foto di uomo in riva al mare. Sa che sto pensando che sia giovane. “Non ti ingannare, ha due anni in meno di me!” Alessandra ride del mio stupore poi riprende.

Andava tutto a gonfie vele fino a quando è arrivato lo tsunami. “Non ha distrutto la parte dell’isola in cui stavamo, non ha distrutto le strutture ma nessuno veniva più.” Non esisteva più il turismo.

Torna in Europa e si rifugia con Robert a Courmayeur. Non sono ancora sposati. Alessandra capisce che deve mettersi in moto. Mette alle strette il compagno che sta vivendo un momento di sconforto e partono.

“Ho questa carica dentro e vedo sempre il risvolto positivo.”

Quarta vita: in viaggio, sperimentazioni

Abbiamo iniziato a viaggiare. Filippine, Maldive, Thailandia.

“Avevamo i nostri posti fissi, abbiamo trovato questa cosa. Lui come coordinatore del centro sub e io invece come dive master e accompagnatrice di fotografi.”

Non si occupa più dei servizi di luna di miele sott’acqua, ormai non li vuole più nessuno: ognuno ha la macchina per fotografare in acqua. Alessandra inizia a scattare mentre segue le uscite di Robert. Le foto sono belle. Ha occhio e studia la tecnica. Inizia a venderle a diverse riviste.

Alessandra mi mostra alcune foto, riconosco lo sguardo con cui interpreta le sue creazioni. Sono foto epiche, solenni nella semplicità degli elementi.

“Quando viaggi e non vai nel resort, conosci davvero il mondo. Scopri che ci sono famiglie che vivono in case precarie con le galline che razzolano all’interno e subito ti stupisci perché nessuno le scansa fino a che non capisci che quelle galline sono la ricchezza di quelle persone.”

Vivono i paesi in cui soggiornano, lavorano per i turisti ma cercano di essere parte del luogo.

Alessandra si guarda intorno, come sempre curiosa. Mentre lavora nelle Filippine trova in un negozio piccoli gioielli in vetro. Capisce immediatamente che il suo entusiasmo è una strada da seguire.

Quinta vita: creo con le mani!

Alessandra si informa. Vuole sapere chi fa i gioielli. E’ una signora della Svizzera tedesca. Vuole parlarle. Come lei vive sei mesi nelle Filippine e sei mesi in Europa. Alessandra la incontra e la riconosce, avevano viaggiato sullo stesso aereo.

“Finita la stagione, siamo tornati in Italia e abbiamo detto Basta diving! Come ogni volta ci siamo chiesti: e ora? cosa facciamo?”

Robert prova qualche strada ma alla fine si convince che desidera aiutare gli altri. Così a quasi 50 anni, con una laurea nel cassetto da commercialista, torna a studiare per diventare posturologo.

Alessandra prende qualche lezione di lavorazione del vetro a Basilea dalla donna svizzera tedesca incontrata nelle Filippine. Poi si reca a Murano per studiare a fondo la tecnica.

Diventa assistente del Maestro.

Da lì inizia questo presente, in cui ogni giorno si spinge un po’ più in là con la sperimentazione nel disegno, nella lavorazione o nella finitura.

Il pomeriggio è passato, mi ha mostrato e fatto indossare sette o otto delle sue collane mettendomi addosso il folle desiderio di comprarne qualcuna. Compro un regalo per mia madre.

Le ho portato una collana (sua) che mi hanno regalato e che deve essere aggiustata.  Me la restituirà il giorno dopo aggiungendo un bracciale in regalo.

Se chiedi perché, ti risponde “Ho constatato sempre che se smuovi l’energia, l’energia ti si muove intorno”

È il momento di congedarmi, ma non è impresa semplice! Alessandra è un fiume in piena.

“Vedo nel percorso della mia vita che sono cresciuta sì, ma soprattutto rinata di continuo. Ho fatto una vita da principessa. Sono nata libera dal bisogno e questo mi ha aiutata molto. Eppure, la vera fortuna è che so di essere fortunata. Ho incontrato due mariti che sono persone meravigliose. Ho fatto molte esperienze!”

Sono sulla porta, sto salutando, sono dispiaciuta ma ora devo proprio andare. Alessandra ancora mi racconta che sì ha fatto errori, molti errori ma in fondo …

[Questo articolo è lungo, assolutamente fuori quota per un blog, ma questa frase è perfetta per chiudere questa nuova indagine alla scoperta del talento.]

“avere autostima significa trovare la forza di perdonarsi.”

Le foto di questo articolo sono di Alessandra Herr, pubblicate per sua gentile concessione.

8 thoughts on “Le mille e una vita di Alessandra Herr

  1. Alessandra è l’amica di una vita. Compagna di università, l’ho seguita in tutte le sue rinascite. È davvero così: fuori dagli schemi ma un’amica generosa e sincera. Meravigliosa e creativa ha saputo cadere sempre in piedi. Ma penso che in realtà non sia caduta mai. E non è neanche mai cambiata. In ogni fase della sua vita ha sempre espresso semplicemente se stessa. Le sue creazioni in vetro sono davvero belle, raffinate ed eleganti, come lei.

  2. Bellissimo racconto !!! Alessandra è proprio così … descritta nei dettagli.. una vita intensa e che sorprende per l carica di vita che trasmette !! Parlare con lei è sempre una sorpresa !!! Grazie

  3. Davvero una vita da sogno direi…ma un sogno voluto ed ottenuto a denti stretti…sembra un po’ una favola. Conosco Ale ma purtroppo solo via telefono, dopo aver letto attentamente questo “articolo” mi è venuta ancor più voglia di incontrarla di persona come stava per avvenire qualche mese fa’ prima ancora dell’inizio della pandemia.

  4. Conosco Alessandra da qualche anno, questa testimonianza del suo modo di essere la calza a pennello complimenti. Energia pura che sembra uscire da tutti i pori , posso solo immaginare com’era in gioventù vista la carica di oggi, per me Alessandra è una carissima Amica e sono orgogliosa di conoscerla e continuare la nostra amicizia.

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