CINEMA E CATTIVI INSEGNAMENTI

Non abbiamo mai vissuto un’emergenza come questa. Eppure è come se in qualche modo l’esperienza già facesse parte del nostro DNA emozionale. Perché? Perché l’abbiamo vissuta centinaia di volte di fronte allo schermo, fosse quello grande al cinema, fosse quello casalingo della TV, fosse quello dell’esperienza intima e individuale che è ormai il video di un Tablet.

Il cinema fra tutte le arti a diffusione di massa è il linguaggio narrativo più vicino ad una esperienza in prima persona. Tutti abbiamo provato quella vaga sensazione di déjà vu   non appena ci siamo ritrovati a camminare in Times Square o in Regent Street o attorno al Colosseo a Roma. Ci sono città i cui scenari più tipici appartengono al patrimonio dell’inconscio collettivo, una nutrita appendice di quell’inconscio collettivo teorizzato da Jung in un’epoca pre-cinema.

La visione cinematografica è immersiva perché coinvolge lo spettatore dal punto di vista percettivo. Le riprese in soggettiva suggeriscono al nostro cervello la nostra presenza all’interno della scena, gli effetti sonori e la musica riescono a modificare il nostro ritmo cardiaco simulando l’effetto fisico di un’emozione primaria. Tutti gli effetti speciali concorrono ad una visione sempre più vicina alla nostra percezione della realtà.

Quello a cui abbiamo assistito (in modo emotivamente partecipante) al cinema è catalogato nella nostra memoria come esperienza.

Questa è la magia del cinema, sin dai suoi albori, quando l’arrivo del treno filmato dai fratelli Lumière scatenava il terrore e la fuga degli spettatori che temevano di essere investiti dal convoglio.

Per questo, anche se in questi giorni ho sentito mille volte la frase “è incredibile! sembra di essere in un (brutto) film”, la situazione che viviamo non è percepita come realmente inedita: il nostro cervello ha già vissuto tutto questo, conosce il finale, conosce le soluzioni.

Tutti noi, senza averne completa consapevolezza, stiamo agendo i modelli di risposta all’evento epidemia che il nostro cervello ha in archivio (la memoria).

Il tema dell’epidemia è centrale in moltissime pellicole e serie TV. Esiste un sotto-genere del cinema catastrofista dedicato al contagio, alla pandemia e al virus.

Si tratta di film molto semplici, emotivamente appaganti. È una particolare declinazione del classico viaggio dell’eroe: il protagonista nella situazione pre-caduta (pre-disastro, pre-contagio) è “uno di noi”, un padre, un marito, un membro qualsiasi della comunità che scoprirà i suoi talenti eroici di fronte alle difficoltà e alla necessità di mettere in salvo le persone che ama. Ognuno di noi si identifica con l’eroe suo malgrado, il cui viaggio diventa la metafora della storia dell’intera specie umana impegnata per sopravvivere alla minaccia oscura, il virus. Il nemico invisibile che serpeggia fra noi, ci isola dalla comunità e ci obbliga a diventare un guerriero solitario. Quando sullo schermo appare il “The end”, noi spettatori siamo felici. Sopravvissuti alla catastrofe, abbiamo conquistato immedesimandoci il diritto alla sopravvivenza. Abbiamo affermato con la lotta il valore della nostra essenza umana, il diritto all’amore, agli affetti. Abbiamo costruito la rivincita dell’istinto mammifero contro la cieca e primitiva furia dell’organismo primordiale.

Usciamo dal cinema e siamo pronti per la pizza, per la birra o per quei due passi sotto i portici così piacevoli quando la temperatura è mite.

In questi giorni ci troviamo improvvisamente dall’altra parte dello schermo a vivere quelle scene che già abbiamo vissuto e assimilato nell’esperienza immersiva della visione.

Ora è il momento di scrivere una storia diversa. Ora siamo costretti a fare i conti con un patrimonio emozionale culturale che ci appartiene ma che non è reale.

Non lasciamo che sia il nostro cervello rettile a guidare le nostre vite e a suggerire le nostre emozioni in questo periodo.

Noi funzioniamo secondo un principio economico, non impegniamo energie se non percepiamo la necessità di farlo.

Dobbiamo sviluppare la capacità di distinguere tra realtà vissuta e realtà cinematografica.

Accendiamo la nostra intelligenza razionale e rinunciamo al pilota automatico.

Ci serve la plancia dei comandi manuali per navigare proficuamente tra le nostre emozioni e riscrivere l’esperienza della quarantena.

Da dove iniziare? Iniziamo proprio dal cinema e proviamo a smontare i topos (elementi ricorrenti) del genere catastrofico pandemico.

Epidemia = carestia

I film difficilmente ci mostrano i protagonisti che corrono al supermercato e lo depredano di ogni bene di prima necessità. La scena tipica è quella del personaggio, magari adolescente, che entra in un supermercato vuoto e semidistrutto alla ricerca dell’ultima scatola di fagioli. Cerca il cibo, rischia il contagio e viene assalito da una banda di umani affamati e violenti.

Epidemia non vuol dire carestia. Se ci hanno assicurato la disponibilità del cibo, non ha alcun senso riversarci al supermercato e spendere tutti soldi che abbiamo in zucchero, uova e farina.

Non sarà un muro di panetti di zucchero e farina il limite invalicabile per il virus!

E neppure potrete invitare persone a cena per consumare tutto quello che avete esageratamente acquistato e che non sta in frigo e in dispensa.

Prima di andare a fare la spesa fai la lista della spesa con tutto quello che ti serve dopo aver programmato i menù dei tuoi prossimi giorni. Se ti organizzi e pianifichi i tuoi acquisti, non sarai in balia del panico e potrai cedere con consapevolezza all’acquisto di una leccornia non in lista!

Complotto

Nei film c’è sempre un complotto. Il responsabile del complotto è un governo maligno che non tiene alla salvezza della popolazione e che nasconde la verità tramando per una moria di massa che ha qualche significato politico oscuro. Oppure un gruppo di privilegiati che conosce la verità e che la tiene nascosta perché la salvezza è un privilegio a numero chiuso.

Nella realtà non c’è nessun complotto! E se anche ci fosse è perfettamente inutile esserne informati.

Ipotizzare misteriosi piani dei paesi stranieri per mettere all’angolo la nostra nazione o arzigogolate strategie INPS per ridurre il numero di pensionati è un’attività inutile, che consuma energie e tempo.

Soprattutto essere certi di essere colpiti da una nuova arma chimica per un genocidio di massa non ci aiuta a evitare il contagio. L’unico effetto è minare la fiducia nelle istituzioni che, è bene ricordarlo, nel nostro paese sono quelle che ci cureranno e che stanno imponendo restrizioni difficili e economicamente critiche per limitare il contagio.

Il contagio muta la nostra natura

Nei film spesso il contagio muta la natura del personaggio. Il contagiato si trasforma immediatamente da vittima a nemico. Spesso diventa uno zombie o è posseduto dalla natura maligna del virus parassita che si impossessa della sua umanità e lo trasforma in un suo soldato.

Nella realtà è importante ricordare che il virus non ha un’anima, non ha complicati piani di annientamento della specie umana. Chi si ammala non è un nemico che si nasconde dentro il corpo del nostro migliore amico, del nostro vicino di casa o di nostro zio. Chi si ammala è una persona e noi dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere perché guarisca.

Lasciamo ai professionisti il compito di guarire chi è contagiato e occupiamoci di quello che è realmente in nostro potere, ossia limitare le occasioni di contagio.

Quarantena = angoscia

La quarantena nei film è una reclusione. I film ci mostrano camere chiuse con pareti di vetro o tende super blindate di tessuto plastico, stanze spoglie senza oggetti dove il mondo osserva i soggetti isolati chiusi in un acquario.

La nostra realtà è ben diversa. Siamo nelle nostre case, piene di affetto, cura e amore. Abbiamo cibo e ci concediamo sicuramente più dolci di quanto facciamo nelle nostre giornate in corsa. Cuciniamo con più cura, senza fretta con una rinnovata attenzione ai piaceri del palato. Questo per una popolazione come la nostra che pensa, scrive e disquisisce sempre di cibo non dovrebbe essere una condanna.

Le nostre case sono piene di libri che non abbiamo tempo di leggere, di film che non abbiamo tempo di vedere, ognuno di noi ha un progetto nel cassetto (un libro, un fai da te, un blog). Ora abbiamo tempo e abbiamo spazio per farlo. Dopo il primo attimo di sgomento perché non ci sono più scuse per rimandare, è utile fare uno sforzo per comprendere quanto questo assomigli alla libertà (anche se, per ora, non possiamo uscire di casa!)

La ricostruzione è tutta dopo

Nei film l’ultima scena mostra l’eroe con i sopravvissuti che con un sorriso pieno di fiducia cammina verso il sole in un mondo distrutto. Sappiamo tutti che dopo il “The end” i nostri personaggi inizieranno a lavorare duro per costruire sulle rovine un mondo nuovo e migliore.

Nella realtà, puoi iniziare a costruire il tuo mondo nuovo già ora. Puoi lavorare oggi per quel nuovo universo post pandemia al quale tutti aneliamo con un sentimento ambivalente tra la nostalgia e il desiderio di essere migliori.

Coltiviamo nuove idee per il nostro lavoro, che tu sia un libero professionista o un dipendente questo è un tempo utile alla riflessione, una frenata che puoi trasformare in un modo nuovo per lavorare.

Coltiviamo le nostre relazioni. Telefoniamo alla persone che abbiamo voglia di sentire. Facciamoci vivi, cerchiamo di avere scambi di qualità, dove il “come stai?” sia davvero una domanda e non una formula retorica.

Coltiviamo il rapporto con noi stessi. Ascoltiamo i nostri desideri. Capiamo cosa c’è dietro quella vaga sensazione che chiamiamo “vorrei uscire”. Diamo un nome preciso alle cose e potremo scoprire (per sperimentare, appena sarà possibile) nuove passioni e chissà magari anche talenti da potenziare.

Solo così saremo gli autori del film che stiamo vivendo, un film pieno di libertà e svincolato dalle costrizioni di un genere che non a caso produce soprattutto B-Movie.

Se pensi che questo sia il momento giusto per occuparti di te stesso e di affrontare un percorso di coaching, ricorda che le sessioni si possono fare anche online e contattami per un incontro conoscitivo! Possiamo sfruttare questa pausa forzata per costruire il tuo percorso per raggiungere i tuoi obiettivi!

1 thought on “Epidemia, film e vita

  1. Grazie per queste preziose opportunità di riflessione… utili a non sprecare questo tempo sospeso per noi che non siamo in trincea.
    Impariamo tutti a guardarci dentro e a costruire una scala di valori che ci corrisponda davvero!

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